Le molteplici utilità della spedizione verso Erebor 
La spedizione verso Erebor narrata in Lo Hobbit, compiuta nel 2941 della Terza Età dalla compagnia dei Nani e da Bilbo, guidati da Gandalf, ha avuto nella realtà un successo ancora più grande di quello apparente della sconfitta di Smaug. Bisogna anzitutto premettere che Thorin Scudodiquercia e Gandalf si incontrano del tutto casualmente, una sera del 15 marzo 2941, sulla strada che porta a Brea; ognuno dei due era afflitto dalle proprie preoccupazioni: Gandalf sapeva che Sauron, a quei tempi insediatosi a Dol Guldur, stava per attaccare il Rhovanion per assediare il Lórien e in seguito l’Eregion per espugnare Rivendell. Thorin, invece, si preoccupava di riconquistare il suo Reame sotto la Montagna, strappatogli dal Drago Smaug molti anni or sono.
Thorin chiese aiuto a Gandalf, invitandolo nella sua dimora nei Monti Azzurri. Ben presto Gandalf si rese conto che l’impresa che Thorin voleva intraprendere aveva un obbiettivo in comune con i suoi progetti: entrambi volevano infatti che Smaug morisse. Certo la morte di Smaug avrebbe portato immediatamente dei vantaggi per Thorin, ma in seguito si scoprì che codesto avvenimento avrebbe segnato il destino della Terra di Mezzo. Gandalf infatti sapeva che, per attaccare il Lórien e Rivendell, Sauron avrebbe dovuto agire da nord. Ora, nelle regioni settentrionali della Terra di Mezzo, a quei tempi, dimoravano solo i Nani dei Colli Ferrosi, comandati da Dáin Piediferro. Dietro di loro vi era solamente una distesa desertica e Erebor, nel cui interno dimorava il Drago Smaug. L’ingresso nel Rhovanion da nord sarebbe stato quindi estremamente facile e, nel caso in cui Sauron fosse riuscito a convincere Smaug a prendere parte ai suoi piani, le cose si sarebbero semplificate enormemente per l’Oscuro Signore e sarebbero peggiorate radicalmente per il destino della Terra di Mezzo. Con la morte di Smaug, un nuovo Reame sotto la Montagna sarebbe stato ristabilito e il possibile attacco da nord di Sauron sarebbe stato scongiurato o quantomeno rallentato. Così Gandalf decise di prendere parte alla spedizione verso Erebor, e prese con sé, inizialmente contro la volontà dei Nani, Bilbo di Casa Baggins, che Gandalf da tempo conosceva; anche questa è una scelta premeditata da parte dello stregone: egli infatti sa che Bilbo è destinato a trovare l’Anello e a portarlo con sé.
A questo punto la spedizione parte e, come si viene a sapere in Lo Hobbit, Gandalf la abbandona prima di entrare in Bosco Atro; nel libro il motivo del suo abbandono non viene spiegato, se non con parole criptiche. Il vero motivo è che Gandalf deve prendere parte all’ultima seduta del Bianco Consiglio, tenutasi nell’estate del 2941, nella quale si deciderà di scacciare Sauron da Dol Guldur: così Gandalf riesce a inferire due colpi all’Oscuro Signore: prima lo scaccia dalla sua dimora, e poi, più tardi, gli preclude il passaggio da nord, con l’eliminazione di Smaug. Così, dopo la Battaglia dei Cinque Eserciti, Dáin Piediferro assume il controllo dei Nani di Erebor, e assicura così una cospicua difesa alle regioni settentrionali della Terra di Mezzo. Dáin riuscirà, ai tempi della Guerra dell’Anello, a respingere un attacco di Sauron, ma perderà la vita, insieme a molti dei suoi uomini, nella Battaglia della Valle. Va peraltro detto che Sauron in quell’occasione fece forse uno dei suoi più grandi errori: concentrò la maggior parte della sua potenza a sud, su Gondor, dove la resistenza era maggiore, e tralasciò forse un po’troppo il nord, dove vi erano sì i Nani di Erebor, ma il passaggio era sicuramente più agevole che a sud.
Bisogna quindi ricordarsi che la Battaglia del Pelennor ebbe la sua importanza, ma ne ebbe anche la Battaglia della Valle; e va ricordato inoltre che, non fosse stato per Gandalf che aiutò notevolmente la compagnia di Thorin Scudodiquercia a riconquistare Erebor, le creature di Sauron non avrebbero trovato il Regno di Dáin sulla loro strada, e avrebbero potuto invadere tranquillamente il Rhovanion. Perché Gandalf, come disse a Thorin durante il loro incontro, “si occupa di molti fili della grande ragnatela degli avvenimenti della Terra di Mezzo, e gli interessi di Thorin non erano che un piccolo filo”.
La simbologia dei colori in Tolkien 
In questa pagina mi soffermerò sulla simbologia e sui significati dei colori nelle opere di Tolkien, e segnatamente ne Il Signore degli Anelli. Bisogna innanzitutto premettere che molti critici letterari hanno riconosciuto in Tolkien una unilateralità nell’identificare un eterno conflitto tra Bianco e Nero che non possiede sfumature intermedie. Naturalmente i due colori appena citati rappresentano il Bene il primo e il Male il secondo. Ad una prima analisi il lettore può effettivamente constatare inizialmente come Sauron e le sue armate del Male siano vestite di Nero, così come i Nove Spettri dell’Anello; e che Saruman, inizialmente considerato uno degli alleati contro il Male, forse il più potente, sia vestito di Bianco. Ma che ne è di Gandalf, vestito di Grigio, e della sua successiva trasformazione nel colore Bianco? Ebbene, questo mutamento delle vesti da parte dello Stregone, dopo essere caduto nel burrone di Khazad-dûm ha un significato ben preciso, che spiegherò di seguito.
Il Grigio testimonierebbe con tutta probabilità una tensione interna a Gandalf, nonché una certa incertezza sui fatti che stavano accadendo e, perché no, una minima brama nei confronti dell’Anello. Sia ben chiaro, però, che tale brama si differisce notevolmente dal desiderio tormentoso degli Uomini o di Sauron di impossessarsi dell’Anello. In Gandalf esiste infatti una consapevolezza che, se mai ricevesse l’Anello, potrebbe forse fare un uso improprio. Per questo rifiuta di custodire l’Unico, quando Frodo glielo propone. Trasformandosi in Bianco, Gandalf lascia dietro di sé le sue preoccupazioni e diventa un incorruttibile e irresistibile avversario dell’Anello di Sauron; anche il suo carattere muta, diventando più misterioso, più allegro e più gentile di prima. L’episodio appena citato è molto più conosciuto di quello che segue,e che tratta di un altro Stregone, Saruman, che cambia anch’egli le vesti, questa volta però per passare dal Bene al Male. L’avvenimento in questione si svolge nella Torre di Saruman, durante un colloqui tra lui e Gandalf; durante tale colloquio, Saruman rivela i suoi intenti, e cioè impossessarsi dell’Anello.
Ecco che Gandalf allora si accorge del cambiamento del colore delle vesti di Saruman: all’inizio gli erano sembrate bianche, ma ad una più attenta analisi erano cangianti e intessute di più colori. Questo sta a testimoniare la mutevolezza del suo parere e il passaggio di Saruman dalla parte del Bianco (il Bene incorruttibile) a quella dell’ ipocrisia. In questo episodio vi è un successivo scambio di parole tra i due Stregoni, e Saruman afferma: “Il Bianco serve come base. Il tessuto bianco può essere tinto. La pagina bianca ricoperta di scrittura, e la luce bianca decomposta”. In questo discorso si nota il pensiero di Saruman, secondo il quale evidentemente il Bene è solamente un punto di partenza e non un percorso da seguire per sempre. A tali parole Gandalf risponde così: “Se la pagina bianca verrà ricoperta di scrittura, non sarà più bianca”: indubbiamente un’affermazione che può parere scontata, ma che dimostra del resto la completa devozione di Gandalf al Bene (cioè il Bianco) come punto di partenza e di arrivo.
L'incatenamento di Melko
L’episodio relativo alla cattura di Melkor, cui fece seguito la sua prima cattività, è noto nel Silmarillion come “Guerra delle Potenze” ed è descritto in termini piuttosto stringati. Come sappiamo, nei Racconti Ritrovati si rinviene l’”humus” da cui prese vita la cosmogonia tolkieniana, materia in continuo fermento che ha trovato il suo assetto definitivo nella splendida opera, postuma, titolata Il Silmarillion. Molto di quanto si legge nei Racconti Ritrovati risulta di conseguenza modificato, talora anche in termini sostanziali, nell’Opera finale. Resta però, indubbiamente, un filo conduttore immutato, che consente di approfondire l’episodio sinteticamente descritto nel Silmarillion con l’assai più ampia illustrazione che ne viene fatta nei Racconti Ritrovati (dove è la Regina elfica Meril-i-Turinqi a narrare la storia a Rùmil, il navigatore solitario giunto sull’isola di Tol Eressëa).
La collocazione temporale dell’incatenamento è indubbiamente molto diversa nelle due opere: nel Silmarillion, infatti, essa coincide con l’avvento degli elfi, annunciato da Oromë, che induce i Valar ad attaccare Utumno; nei Racconti Ritrovati, invece, la decisione dei Valar è assai antecedente all’avvento degli elfi e matura in seguito ai gravi sconvolgimenti che Melko (questo era, nei Racconti, il nome del Vala poi divenuto Melkor nell’Opera finale) si dilettava ad operare in Arda, stravolgendo le terre ed i mari e distruggendo tutte le opere di Yavanna, tanto che solo quest’ultima ed Oromë, tra gli abitanti di Valinor, continuavano a recarvisi di tanto in tanto e riportavano agli altri Ainur le nefandezze di Melko. Anche Ossë era furente per lo sconvolgimento del suo regno, oltre a temere lo scontento di Ulmo. I Valar, tenuto consiglio sotto i due alberi (nei Racconti denominati Laurelin e Silpion) decisero dunque di recarsi presso la dimora di Melko in Utumna (poi divenuta Utumno nel Silmarillion) per indurlo – se mai si fosse rivelato possibile – ad azioni migliori e se null’altro avesse funzionato, per sopraffarlo con la forza o con la frode ed imprigionarlo in una schiavitù senza speranza. Aule raccolse allora sei metalli (rame, argento, stagno, piombo, ferro e oro) oltre ad un settimo da lui creato con la magia e denominato tilkal, che racchiudeva le proprietà dei primi sei ed altre sue particolari. Il tilkal era di colore verde chiaro, ma diveniva rosso al mutare della luce e non poteva essere spezzato.
Con i sette metalli venne forgiata la catena Angaino (poi divenuta Angainor, nel Silmarillion) che significa “colei che opprime” ed in ciascun anello venne messa una piccola quantità di tilkal. Interamente di tale metallo magico, invece, erano la manette Vorotemnar ed i quattro ceppi Ilterendi. I Valar partirono quindi indossando grandi corazze, dono di Makar (un Vala-guerriero, di cui non vi è traccia nel Silmarillion) guidati da Manwë sul suo carro blu trainato da tre cavalli candidi come la neve. Con lui vi erano il figlio Fionwë e l’araldo Nornorë (nel Silmarillion, Manwë non ha figli ed il suo araldo si chiama Eonwe) Oromë a cavallo e Tulkas che procedeva a piedi, a grandi passi, seguito dal figlio Telimektar (figura che sparisce nel Silmarillion) . Mandos e Lorien viaggiavano su un carro scuro, sèguiti da Salmar ed Omar (due Valar minori, che non compaiono nel Silmarillion).
Aule si mosse per ultimo, avendo lavorato a lungo per forgiare Angaino, portando con sé il suo maglio mentre quattro suoi fabbri reggevano dietro di lui la smisurata catena. Dal mare, giunsero Ulmo ed Ossë (anch’esso un Vala, nei Racconti Ritrovati, sia pure di minor potenza rispetto ad Ulmo). In nessun modo Melko, pur tentando con terremoti ed eruzioni di fuoco, riuscì a rallentare la marcia dei potenti, cosicché essi giunsero alle porte di Utumna, che Melko serrò dinanzi a loro con gran fragore. Oromë scese allora da cavallo e suonò il corno con tale vigore che le porte si aprirono immediatamente. Melko, nascosto nel profondo delle sue aule, mandò il servo Langon a riferire che egli si stupiva di come gli Dèi avessero lasciato “…gli ozi di Valinor per i luoghi squallidi dove Melko lavora in umiltà, compiendo estenuanti fatiche” e si dichiarò disposto ad ospitare due di loro, ma non Manwë, perché di troppo alto lignaggio, né Tulkas, perché troppo superbo e pretenzioso. Tutti i Valar furono irritati dall’astuzia e dalla servile insolenza delle parole di Melko e già Tulkas voleva partire all’assalto, ma Manwë, che voleva evitare una cruenta battaglia capace di squarciare la terra, decise di giocare d’astuzia e irretire quel maestro della frode con le sue stesse armi. Manwë, che nella grandezza del suo animo ancora sperava in una soluzione incruenta, sapeva che il vero punto debole di Melko era costituito dal suo smisurato orgoglio, fonte di una sete di potere e di dominio praticamente inestinguibile.
Inviò quindi nelle aule sotterranee l’araldo Nornorë, il quale si approcciò a Melko con parole umili e di sottomissione, spiegando che i Valar si erano recati in Utumna per scusarsi con lui ed invitarlo a tornare in Valinor. Non era, infatti, forse proprio Melko il più potente dei Valar? Se aveva dato luogo a tante furiose distruzioni - proseguì l’araldo – certo era colpa degli altri Ainur averlo fatto incollerire e di ciò essi ora volevano chiedere venia, pregandolo di tornare in Valinor, dove Aule avrebbe provveduto a costruirgli una residenza degna di lui e dunque più alta di Taniquetil. Come Manwë aveva previsto, l’orgoglio di Melko ne sopraffece la prudenza ed egli si lasciò irretire facilmente, specie quando l’araldo gli riferì che Tulkas, oppostosi alle decisioni degli altri Valar, era stato costretto a seguirli con la forza e per tale ragione si trovava in ceppi e catene per essere condotto al suo cospetto. Melko, infatti, odiava e temeva allo stesso tempo quel Vala lottatore del quale, molto tempo prima, già aveva assaggiato il pugno. “Finalmente gli Dèi pronunciano parole belle e giuste” disse allora Melko, tronfio e compiaciuto, dettando una serie di condizioni perché egli potesse ammettere i Valar al proprio perdono: essi avrebbero dovuto deporre le armi all’ingresso di Utumna e recarsi al suo cospetto e comunque Tulkas non sarebbe stato ricevuto (“…e se tornerò in Valinor – aggiunse Melko – lo caccerò via”).
Alla fine, però, solleticato dall’idea di umiliarlo davanti a tutti, accettò che anche il temuto Vala guerriero fosse condotto nelle aule sotterranee. I Valar si recarono quindi nella grande aula sotterranea ove, sul proprio trono, siedeva Melko: in un’atmosfera di oscurità e magia, nere creature si muovevano nell’ombra e numerosi serpenti si avviluppavano alle colonne che, altissime, sostenevano la volta. Per simulare la prigionia di Tulkas, Angaino gli venne posta intorno ai polsi e sulle spalle, tanto che, malgrado la sua smisurata forza, faticava a sostenerne il peso. Una volta giunti al cospetto del malvagio, i Valar, per bocca di Manwë, lo invitarono a recarsi con loro in Valinor e se egli, in quel momento, avesse accettato, davvero Manwë avrebbe imposto agli altri Dèi di tollerarne il ritorno all’Ovest. Ma la propensione al male di Melko era davvero indomabile e così egli volle godere appieno di quello che credeva essere il suo trionfo: pretese che Manwë andasse ad inginocchiarsi davanti a lui, soggiungendo che anche gli altri Valar avrebbero dovuto fare altrettanto e da ultimo Tulkas, in catene, avrebbe dovuto baciargli i piedi (era sua intenzione, infatti, assestargli un calcio sulla bocca umiliandolo davanti a tutti).
Vedere Manwë Sùlimo inginocchiarsi dinanzi a quell’essere malvagio, però, fu del tutto intollerabile per Tulkas, che, liberatosi di Angaino, gli si avventò contro con un grido selvaggio; Melko invocò i propri servi e tentò di colpire Manwë con la sferza, ma quegli soffiò delicatamente sulle code della frusta che si rivoltarono indietro. In un attimo Tulkas fu addosso a Melko e lo colpì con il pugno di ferro in pieno volto, mandandolo in terra; Aule ed Oromë si unirono nella lotta al Vala combattente ed in pochi istanti Melko si ritrovò “…avvolto per trenta volte nelle lunghezze di Angaino”. I servi di Melko, terrorizzati, si diedero a precipitosa fuga ed il loro padrone venne condotto a forza fuori dei sotterranei di Utumna. Ai polsi gli furono le manette Vorotemnar ed ai piedi i ceppi Ilterendi: il tilkal di cui erano composti, al contatto con Melko divenne di colore rosso. Prima di condurre il malvagio in Valinor, ove sarebbe stato sottoposto a giudizio, Aule e Tulkas distrussero in modo irreversibile la fortezza di Utumna: tuttavia, nei profondi cunicoli sotterranei, rimasero numerose creature oscure e malvagie, pronte a cercare vie di uscita per recare nuovi mali in Arda (in questo vi è perfetta coincidenza tra i Racconti Ritrovati ed il Silmarillion: si ricordi, ad esempio, che Melkor/Morgoth, imprigionato nelle tele di Ungoliant in sèguito al rifiuto di darle in pasto anche i Silmaril, viene soccorso dai Balrog, rimasti celati nei sotterranei di Utumno, richiamati dalle grida del loro padrone).
Le domande più comuni su Tolkien
1. TOLKIEN E POLITICA
1.1 Quali erano le convinzioni religiose e politiche di Tolkien?
1.2 Come si poneva Tolkien nei confronti dei regimi politici passati e presenti?
1.3 Le regioni della Terra di Mezzo sono paragonabili alle nazioni contemporanee?
1.4 Tolkien in Italia e` spesso stato indicato come un autore di Destra; perche`?
2. QUESTIONI TOLKIENIANE
2.1 A che razza appartiene Tom Bombadil?
2.2 A che razza appartengono gli Orchi/Orchetti?
2.3 L'Erba-pipa e` comune tabacco oppure...?
2.4 "Il Signore degli Anelli" e` una trilogia?
2.5 Quali sono le "due torri" che danno il titolo alla seconda parte?
2.6 Che differenza c'e`, nelle opere tolkieniane, tra "Elfi" e "Gnomi"?
2.7 Perche` alla fine Frodo lascia la Terra di Mezzo? Dove va?
2.8 Che cos'e` il "Silmarillion Nero"?
1. TOLKIEN E POLITICA
1.1 Quali erano le convinzioni religiose e politiche di Tolkien?A partire dalla sua pubblicazione, si e` parlato tanto del messaggio politico trasmesso da "Il Signore degli Anelli" e dallo scrittore Tolkien. In realta` si tratta di un falso problema: Tolkien non era un attivista politico, ne` uno scrittore politico. Egli stesso si oppose ad interpretazioni del genere, ed ebbe a dichiarare che "Il Signore degli Anelli" "non ha intenzioni allegoriche [...] o morali, religiose o politiche" (Lettera 165, "La Realta` in trasparenza"). Ovviamente - come tutti - anche Tolkien aveva delle idee politiche, ma queste non vanno ricercate nella sua produzione letteraria. L'unico modo in cui e` forse possibile ricostruirle e` attraverso la lettura di scritti piu` personali (e non pubblicati mentre era in vita), come la raccolta delle Lettere (edito in Italia col titolo di "La Realta` in trasparenza"). Nelle Lettere Tolkien appare innanzitutto come un uomo profondamente cristiano e cattolico. Questa sua visione ispira indubbiamente la sua opera, e dal suo senso religioso discendono anche le sue idee politiche, che mai prendono esplicitamente posizione verso una particolare fazione. Anzi, nella Lettera 52 Tolkien dichiara che le sue opinioni politiche "inclinano sempre piu` verso l'anarchia (intesa filosoficamente come abolizione di ogni controllo, non come uomini barbuti che lanciano bombe)". La sua e` piuttosto insofferenza verso le istituzioni e le organizzazioni concepite, costruite e guidate da uomini su altri uomini. Nella lettera 154 Tolkien dice poi: "Io non sono un riformatore e nemmeno un "conservatore"! Non sono un riformatore (attraverso l'esercizio del potere) dato che mi sembra si vada sempre a finire nel Sarumanismo. Ma anche "imbalsamare" comporta, com'e` stato dimostrato, delle punizioni." Ancora piu` diffidente e` il suo atteggiamento - per le medesime ragioni - verso gli uomini di governo: "L'occupazione piu` inadatta per qualsiasi uomo [...] e` governare altri uomini. Non c'e` una persona su un milione che sia adatta e men che meno quelli che cercano di afferrare l'opportunita`" (Lettera 52). Si tratta quindi di un'anarchia di carattere religioso: il governo sull'uomo e` un fatto divino. Il governo "umano" sull'uomo finisce sempre nel male. Allargando il discorso, Tolkien diffida fortemente di tutte le forme di "organizzazione" create dall'uomo, comprendendo in queste anche le istituzioni, gli eserciti e la tecnologia (Lettera 66). Anche alla base di queste affermazioni vi e` un concetto religioso: e` la presunzione umana che costruisce diavolerie senza disporre del senno per padroneggiarle; e arrogandosi il potere di "creare", che e` invece riservato a Dio, mentre all'uomo rimane solo la potenzialita` della sub-creazione artistica (Lettera 75). Per questo le sue simpatie vanno a coloro che cercano di sottrarsi agli schieramenti e alle conquiste dell'uomo: agli "staterelli che rimangono neutrali", alla Gallia libera e a Cartagine durante l'Impero Romano. Ed egli stesso dichiara di appartenere "alla parte dei sempre sconfitti mai sottomessi" (Lettera 77).
1.2 Come si poneva Tolkien nei confronti dei regimi politici passati e presenti?Tolkien non ha mai dichiaratamente appoggiato un partito politico, ne` una nazione o un'alleanza fra nazioni. Ed in effetti i suoi commenti personali al riguardo sono quasi sempre critici. Alcune lettere (tratte da "La Realta` in Trasparenza") ne sono esempi illuminanti. Sul nazismo: Hitler viene citato diverse volte, come un "piccolo ignorante, ispirato da un diavolo pazzo" (Lettera 45), o un "piccolo furfante volgare e ignorante" (Lettera 81). Nella lettera 78 Tolkien afferma che "non c'e` molta gente cosi` corrotta da non poter essere redenta" ma ammette l'esistenza di persone "che sembrano incorreggibili a meno di uno speciale miracolo", e che "di queste persone esiste una concentrazione particolarmente elevata in Germania e Giappone". Su Stalin e il comunismo: Stalin e` definito come un "vecchio assassino assetato di sangue" (Lettera 53), mentre per quanto riguarda la propaganda comunista Tolkien afferma: "persino i piccoli infelici Samoiedi, temo, hanno cibo in scatola e l'altoparlante del villaggio che racconta le favole di Stalin sulla democrazia e sui fascisti crudeli che mangiano i bambini e rubano i cani da slitta" (Lettera 52). Sugli USA: Tolkien teme le "manie di massa" introdotte dagli americani, tanto da dubitare che quelle portate dai Soviet possano essere peggiori (Lettera 77). In ogni caso non si ritiene sicuro che "una vittoria americana a lunga scadenza si rivelera` migliore per il mondo nel suo complesso" (Lettera 53). Sulla Patria: Tolkien e` patriota, ma nei confronti della sola Inghilterra, "non la Gran Bretagna e sicuramente non il Commonwealth - grr!" (Lettera 53). Sulla guerra: della guerra, nonostante i suoi libri ne parlino spesso, Tolkien pensa tutto il male possibile. Anche se, nella lettera 5 del 1917 dice che, "questa guerra (che e', malgrado tutto il male che esiste dalla nostra parte, la guerra del bene contro il male)", egli nondimeno ritiene che ogni guerra "moltiplica per tre la stupidita` e all'ennesima potenza" (Lettera 61 del 1944). Questo giudizio negativo vale anche per la guerra "giusta", dal momento che, a proposito della seconda guerra mondiale, gli capita di commentare "stiamo tentando di conquistare Sauron utilizzando l'Anello" (Lettera 66 del 1944). Sul razzismo: la casa editrice tedesca che avrebbe pubblicato Lo Hobbit in Germania chiese a Tolkien se fosse di origine ariana. Tolkien ne fu molto seccato, e fu tentato - pur se in ristrettezze economiche - di "lasciare che la pubblicazione tedesca andasse a quel paese". A questo episodio sono totalmente dedicate le lettere 29 e 30, in cui Tolkien fra l'altro si espresse con parole lusinghiere nei confronti del popolo ebreo, e defini` la "dottrina della razza" completamente infondata e pericolosa. Ancora: nella lettera 61 scrive di provare orrore per l'apartheid sudafricano. Infine, sul razzismo in generale, la sua parola definitiva si trova nella lettera 81: "i tedeschi hanno lo stesso diritto di definire polacchi ed ebrei vermi da schiacciare, creature subumane, quanto noi di definire cosi` i tedeschi: e cioe` nessuno, qualunque cosa abbiano fatto".
1.3 Le regioni della Terra di Mezzo sono paragonabili alle nazioni contemporanee?E` indubbio che nei vari "stati" presenti nella Terra di Mezzo si possano riconoscere varie forme di "governo", ma Tolkien ha negato in varie occasioni ogni identificazione "politica" tra Terra di Mezzo e mondo contemporaneo. Quella che puo` sembrare l'analogia piu significativa, tra Mordor e U.R.S.S., e` stata smentita da Tolkien nella lettera 229 ("La Realta` in trasparenza"): "La localizzazione di Mordor all'est e` dovuta semplicemente alle necessita` geografiche del racconto, all'interno del mio sistema mitologico. La fortezza originaria del Male era (come vuole la tradizione) a nord; ma dato che venne distrutta e sepolta sotto il mare, doveva esserci una nuova fortezza, lontana dai Valar, dagli elfi e dalla potenza marinara di Numenor".
1.4 Tolkien in Italia e` spesso stato indicato come un autore di Destra; perche`?La risposta piu` semplice consiglierebbe di ricorrere ad un vecchio principio della fisica classica: chi non ha spazi tende a cercarseli dove qualcun altro e` disponibile a lasciarli. Volendo invece cercare una risposta articolata a una domanda che tante controversie continua a suscitare, dobbiamo ritornare per un momento agli anni '70. Fu infatti in quella decade che "Il Signore degli Anelli" giunse in Italia. All'epoca la cultura ufficiale era pressoche` monopolizzata dal Pensiero Marxista, ovunque circolassero delle idee era di moda un gergo sinistrese di stretta osservanza e il clima politico era decisamente avvelenato: al punto che lo slogan piu` in voga nelle assemblee scolastiche in quel triste periodo noto come "gli anni di piombo" era "ne` con lo Stato, ne` con le BR". In quel periodo non c'era scampo: tutto DOVEVA essere di Destra o di Sinistra, e in tal senso emblematico era stato un magnifico soliloquio paradossale nel film "Maledetti vi amero`" di M.T. Giordana, in cui si sosteneva che la Doccia era "di sinistra e democratica", mentre il Bagno era "una roba da fasci"... chi timidamente tentava di sottrarsi a questa logica perversa era un piccolo-borghese meschinamente dedito ai propri interessi privati e quindi, coerentemente alla logica dominante, di per se` reazionario e cripto-fascista. Cioe`: non semplicemente di destra, ma proprio fascista! Bene: in questo quadro ambientale ecco che piomba sul mercato italiano una storia di un mondo radicalmente "altro" popolato da elfi, draghi, nani, anelli magici e alberi che camminano; come poteva essere accolto dall'Intellighenzia dominante? Male, ovviamente: per il fatto in se` che trascurasse le realta` contingenti del quotidiano, che si sottraesse all'analisi del Materialismo Dialettico e che lasciasse affiorare qua e la` metafore esistenziali che, al di la` delle sfumature, certamente non facevano presagire la Dittatura del Proletariato e l'Inevitabile Trionfo della Classe Operaia, romanzo ed autore erano in gravissimo sospetto di eresia borghese e reazionaria! Ad aggravare il tutto giunsero tre elementi decisivi per la Scomunica: il fatto che a pubblicarlo in Italia fosse Rusconi, che il direttore editoriale fosse Alfredo Cattabiani e per giunta con la prefazione di Elemire Zolla, rispettivamente editore, direttore ed intellettuale da tempo bollati come Fascisti. Da cui l'inevitabile anatema. Ufficialmente bollato ISDA e Tolkien come Fascisti, gli almirantini del MSI, perennemente alla ricerca di un'avallo culturale per le loro azioni, ci andarono a nozze: e fu cosi` che sul finire degli anni '70 cominciarono a spuntare i "Campi Hobbit", descritti in seguito come happening di animazione estiva o come luoghi di addestramento alla guerriglia urbana (a seconda della parte politica interessata), che inalberavano la bandiera del Fronte della Gioventu`, Ordine Nuovo ed altre aggregazioni poco raccomandabili. Fu quindi una sorta di "appropriazione indebita", qualcosa di simile a quanto avevano gia` fatto, su scala molto piu` vasta, i Nazisti con Wagner negli anni '30 e '40. Solo che, nel caso di Tolkien, l'appropriazione fu resa possibile da snobismo, ignoranza e chiusura ideologica di altri. Per cui, riassumendo: schematismo ideologico, pressappochismo culturale, volonta` di "appropriazione culturale" da parte di gentaglia senza scrupoli hanno fatto si` che Tolkien fosse bollato come Fascista, e oggi addirittura come Naziskin: lui, che aveva odiato i Nazisti come ogni Inglese trovatosi sotto i bombardamenti tedeschi del '40-'41 e, per giunta, con un figlio sotto le armi! E, si badi: principalmente qui da noi, in Italia, il paradiso della dietrologia e del provincialismo culturale. Viceversa, in America negli anni '60 a Tolkien era capitato addirittura di essere il paladino dei contestatori anti-intervento in Vietnam; tant'e` vero che le T-shirt con la scritta "Frodo Lives" e le scritte "Another Brick in Mordor" sui muri delle caserme risalgono appunto a quel periodo. Questi sono i paradossi occorsi a un autore al quale gli schematismi culturali e gli steccati ideologici sono sempre andati stretti: Tolkien e` stato un Cattolico di stretta osservanza in terra anglicana, quindi con tutti i complessi di chi vive la sindrome della fortezza assediata: ma non ha mai avuto a che fare con degenerazioni razziste e ideologie devianti. Tolkien ha sempre volato molto piu` alto dei suoi detrattori: e anche, per quanto ci possa dispiacere constatarlo, di molti tra i suoi fans.
2. QUESTIONI TOLKIENIANE
2.1 A che razza appartiene Tom Bombadil?L'unica cosa certa e` che... non esiste una risposta certa. Tolkien parla di questo nella lettera 153 ("La Realta` in Trasparenza"), suggerendo di "non filosofeggiare troppo su Tom" e dicendo che Goldberry (Baccador) da` quella che forse e` l'unica risposta giusta: "He is" (Lui e`). Tuttavia il dibattito va avanti sul gruppo dalla sua creazione (con maggiore o minore intensita`) e probabilmente non si esaurira`: chi e` interessato alle varie opinioni fin qui espresse puo` dare un'occhiata agli archivi: Vogliamo segnalare soltanto tre articoli in merito, che, lungi dal trovare una soluzione (che come gia` detto sicuramente non esiste), analizzano le ipotesi piu` frequenti in maniera chiara. Pur essendo anche questi articoli solo opinioni, meritano un'occhiata: sono l'articolo "Ancora su Tom Bombadil" del 29/04/2000 h.19:03, la risposta a questo articolo, del 30/04/2000 h.08:24, e l'articolo "Re: Ancora su Tom Bombadil (e sui sogni)..." del 18/10/2001 h.10:40.
2.2 A che razza appartengono gli Orchi/Orchetti?La questione e` molto complessa. Nei libri pubblicati durante la vita di JRRT, poco o nulla viene detto; ne "Il Signore degli Anelli" Frodo dice: "No, mangiano e bevono, Sam. L'Ombra che li allevo` sa solo disfare, non sa fare, creare cose nuove da sola. Non credo che abbia generato gli ORchetti; non fece che rovinarli e depravarli [...]" (pagina 1093, edizione Rusconi). Nelle Lettere (pubblicate in Italia con il titolo "La Realta` in Trasparenza") compaiono molte osservazioni sull'argomento, tra le quali segnaliamo la seguente (Lettera 153, pagina 221 edizione Rusconi): "Ho raffigurato gli Orchi come esseri reali preesistenti su cui il Signore delle Tenebre ha esercitato in pieno il suo potere modificandoli e corrompendoli, non creandoli." Dunque l'unica cosa certa sembra essere che gli Orchi/Orchetti non sono una razza a se` stante. Ne "Il Silmarillion", illuminante sembrerebbe essere un passo (pagina 55 dell'edizione italiana Rusconi): "Pure, questo e` tenuto per vero dai sapienti di Eressea, che tutti coloro dei Quendi che caddero nella mani di Melkor, prima che Utumno fosse distrutto, vi furono imprigionati e, per mezzo di lente arti crudeli, corrotti e resi schiavi; e cosi` Melkor origino` l'orrenda razza degli Orchi, a invidia e scherno degli Elfi, dei quali in seguito furono i piu` accaniti avversari. Gli Orchi infatti vivevano e si moltiplicavano a mo' dei Figli di Iluvatar[...]." Al di la` dell'impostazione "dubitativa" della frase (e` tenuto vero), bisogna pero` ricordare che "Il Silmarillion" e` un'opera postuma, messa insieme e pubblicata da Christopher Tolkien, e dunque non si puo` avere la certezza che si tratti della concezione definitiva di JRRT. Leggendo la "History of Middle-earth", in particolare i volumi X, XI e XII si possono trovare i vari approcci di JRRT al problema, e i vari abbozzi di soluzione.
2.3 L'Erba-pipa e` comune tabacco oppure...? L'Erba-pipa e` comune tabacco. Si veda il Prologo de "Il Signore degli Anelli": "certe foglie che chiamavano erba-pipa o foglia-pipa e che probabilmente erano una varieta` di quella che noi chiamiamo Nicotiana." Inoltre in vari punti sia de "Lo Hobbit" che de "Il Signore degli Anelli" viene usata la parola esplicita "tabacco" ("tobacco") per definire l'Erba-pipa. Eventuali osservazioni di tipo "storico" (il tabacco arriva in Europa dopo il 1492) si inquadrano in un discorso di relazione tra la Terra di Mezzo e il nostro mondo che e` molto complesso e non risolto (da Tolkien per primo).
2.4 "Il Signore degli Anelli" e` una trilogia?No. "Il Signore degli Anelli" e` un romanzo unico, suddiviso in SEI libri, che per ragioni puramente editoriali e` stato pubblicato in tre parti. La pubblicazione forzata in tre parti ha avuto alcune conseguenze, fra le quali il fatto che esistono titoli per le tre parti, ma non per i sei libri (almeno non ne esistono di ufficiali e definitivi, anche se ci sono alcune proposte che pero` alla fine Tolkien ha scartato). Tolkien ha scritto molto chiaramente nella lettera 166 ("La Realta` in Trasparenza"): "Il libro naturalmente non e` una 'trilogia'"; tuttavia poi nella lettera 252 ("La Realta` in Trasparenza") Tolkien fa riferimento al libro come "la mia trilogia". Quindi la dizione "trilogia", anche se non e` corretta, non e` neanche sbagliata; solo un po' irritante.
2.5 Quali sono le "due torri" che danno il titolo alla seconda parte?Anche in riferimento alla risposta precedente (2.4), si tratta per certi versi di un titolo "provvisorio", e come tale mantiene una certa ambiguita`, non risolta nemmeno dallo stesso Tolkien. Nella raccolta delle lettere ("La Realta` in Trasparenza") si trova infatti: - Lettera 140, 17 agosto 1953 (pagina 194): "Le due torri e` il tentativo piu` riuscito di trovare un titolo che comprenda i libri 3 e 4 che sono cosi` diversi; e puo` essere lasciato ambiguo - potrebbe riferirsi a Isengard e Barad-dur, o a Minas Tirith e B.; oppure a Isengard e Cirith Ungol." - Lettera 143, 22 gennaio 1954 (pagina 197): "Non sono molto felice del titolo "Le due torri". Deve riferirsi, se esiste un vero riferimento, a Orthanc e alla torre di Cirith Ungol. Ma dato che si parla cosi` tanto dell'opposizione tra la Torre Nera e Minas Tirith, tutto diventa confuso. In realta`, naturalmente, non c'e` nessun vero legame fra i Libri III e IV, se staccati e presentati come volumi separati."
2.6 Che differenza c'e`, nelle opere tolkieniane, tra "Elfi" e "Gnomi"?Tolkien usa, in tutto "Il Signore degli Anelli", esclusivamente il termine "Elf" (plurale "Elves") per parlare degli Elfi. Tolkien ha effettivamente usato il termine "Gnomes" nei Racconti Perduti e Racconti Ritrovati come sinonimo di "Noldor", ma quando pubblico` "Il Signore degli Anelli" aveva gia` cambiato idea, e degli Gnomi non c'e` piu` traccia (tranne che in un passo dell'Appendice F, che pero` non fu pubblicato, e che e` contenuto nella "History of Middle Earth"). Diversa, ma analoga, la questione per quanto riguarda la traduzione italiana: quando Vicky Alliata di Villafranca tradusse "Il Signore degli Anelli" per la casa editrice Astrolabio-Ubaldini ("La Compagnia dell'Anello", primo e unico volume uscito per quella casa editrice, e` del 1967, dunque si puo` supporre che la traduzione sia antecedente di diversi mesi) uso` ovunque il termine "Gnomi" per tradurre l'inglese "Elves". Quirino Principe, nella sua opera di curatore dell'edizione Rusconi, fece sostituire "Gnomi" dal piu` corretto "Elfi". Nelle edizioni italiane fino ad oggi, tuttavia, ci sono un paio di punti in cui una svista dei correttori ha lasciato "Gnomi" e "gnomico".
2.7 Perche` alla fine Frodo lascia la Terra di Mezzo? Dove va?Dopo aver concluso la sua missione, Frodo riacquista la pace e torna ad essere di nuovo se stesso: prova la gioia per il mondo rinnovato, senza piu` paure, e desidera tornare nella Contea, nella speranza di ritrovare la serenita` di una volta. Tuttavia con il passare del tempo si rende sempre piu` conto del profondo cambiamento che e` avvenuto in lui durante il viaggio. Del resto Gandalf, gia` dopo la ferita del pugnale Morgul, aveva intuito che questo era inevitabile. Il distacco "mentale" di Frodo dalla Terra di Mezzo si comincia ad intravedere ancora prima della partenza da Gondor. Durante i festeggiamenti al Campo di Cormallen accetta di portare la spada molto a malincuore, e sicuramente il dono di Arwen non e` senza fondamento. Durante la permanenza a Imladris Frodo e` gia` pienamente consapevole del proprio malessere: ha parlato con Elrond e oramai sa che, se il peso diventa insostenibile, puo` scegliere una strada che potra` lenire le sue sofferenze. Al ritorno nella Contea, abbandona a poco a poco tutte le attivita`. Sta male negli anniversari delle due ferite: il 13 marzo e` il veleno di Shelob, il 6 ottobre il pugnale Morgul. C'e` anche la terza ferita, quella inflitta dall'Anello stesso: Frodo continua a desiderarlo. Non abbandona mai la pietra bianca dono di Arwen, un "lenitivo" per il ricordo della paura e dell'oscurita`. Si puo` immaginare che in lui cresca anche l'ingiustificato senso di colpa per non essere riuscito a distruggere lui l'Arma del nemico ("La Realta` in Trasparenza", Lettera 246). Alla fine lo vediamo partire. Frodo stesso riassume a Sam il proprio stato d'animo: "Sono stato ferito troppo profondamente, Sam. Ho tentato di salvare la Contea, ed e` stata salvata, ma non per me(*)". Dice Tolkien: "Frodo [...] ebbe il permesso di andare oltre il mare per guarire - se questo era possibile, prima che morisse. Comunque, avrebbe dovuto 'passare': nessun mortale poteva, o puo`, fermarsi sulla terra per sempre[...]. Cosi` ando` verso il purgatorio ma contemporaneamente verso la ricompensa, per un po': un periodo di riflessione e di pace, per conquistare una consapevolezza piu` vera della sua posizione, trascorso nel tempo in mezzo alle bellezze naturali di 'Arda Unmarred'(**), la terra che non e' guastata dal male." ("La Realta` in Trasparenza", Lettera 246). Per approfondire l'argomento, e` consigliata la lettura integrale della Lettera 246 ("La Realta` in Trasparenza"). Per sapere di piu` sulla terra dove e` diretto Frodo, e` consigliata la lettura de "Il Silmarillion". (*) Nell'originale "not for me", in italiano tradotto troppo liberamente come "non per merito mio". (**) Si potrebbe tradurre come "Arda Incorrotta".
2.8 Che cos'e` il "Silmarillion Nero"?Si tratta di una fan fiction che propone una versione "alternativa" del Silmarillion. E` un'opera scritta in russo (disponibile peraltro al sito: ) da due fans, Natal'ja Vasil'eva e Natal'ja Nekrasova, che scrivono con lo pseudonimo di "Nienna". In esso gli eventi sono narrati dal punto di vista di Melkor: i Valar e l'Uno sono cattivi, Melkor in realta` cerca di salvare Arda perche` la "ama" etc. Non si tratta di una storia che "integra" le opere tolkieniane ufficiali, ne` tantomeno e` ad esse paragonabile, ma puo` essere piacevole per chi conosce gia` l'autore, e in certi passaggi e` anche divertente. A tutt'oggi il libro non e` mai stato tradotto, nemmeno in inglese. Nel newsgroup stanno comparendo, capitolo dopo capitolo con frequenza casuale, le traduzioni ad opera di Theoden King, per puro piacere personale. Il progetto e` pero` ancora in fase di sviluppo, e tutte le traduzioni finora pubblicate, per quanto gradevoli, sono da considerarsi provvisorie e, verosimilmente, contenenti imperfezioni.
L'ultimo viaggio di Isildur 
Questo articolo è un'analisi del racconto "Il disastro dei Campi iridati", contenuto nei Racconti Incompiuti. Ho scritto in corsivo le espressioni di tempo per agevolare il lettore nel percorso cronologico.
ANNO 2 T.E.
5 SETTEMBRE - Isildur parte da Osgiliath prevedendo di giungere a Granburrone in 40 giorni (il 15 ottobre).
Passano la Dagorlad e le Terre Brune.
25 SETTEMBRE - 20° giorno di viaggio; giungono in vista del Boscoverde [Bosco Atro]
26-29 SETTEMBRE - piove per quattro giorni: l'Anduin si ingrossa, per cui quando giungono all'entrata delle valli, tra il Lorien e l'Amon Lanc [quello che diventerà Dol Guldur], Isildur decide di salire sui pendii a est del fiume e arrivano ai sentieri al margine della foresta.
5 OTTOBRE - 30° giorno di viaggio; nel tardo pomeriggio superano i limiti settentrionali dei Campi Iridati seguendo un sentiero che conduceva da Thranduil. Un po' prima del tramonto vengono attaccati da un un drappello di orchi: Isildur affida a Ohtar i frantumi di Narsil. Gli orchi vengono respinti. Scende la notte, Isildur ordina di ricominciare la marcia, ma un chilometro dopo vengono nuovamente attaccati; dopo aver dato l'addio al figlio Elendur, si infila l'Anello e fugge. Verso mezzanotte raggiunge l'Anduin.
6 OTTOBRE - il tutto si svolge entro l'1 del mattino: Isildur si spoglia e si tuffa nel fiume, ma viene risospinto verso sud. Raggiunto un isolotto, si accorge di aver perso l'Anello; viene visto da alcuni orchi appostati sulla riva, che lo bersagliano di frecce.
Così perì Isildur, figlio di Elendil, re di Gondor, primo portatore dell'Anello del Potere, distruttore di Sauron.
Per questo argomento rimando anche all'articolo di Gil-galad "Il disastro dei campi iridati", pubblicato nella sezione delle Battaglie.
Steve91
